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Scuola, lavoro, pubblica amministrazione: l’alfabetizzazione sull’IA non è più una scelta.
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Scuola, lavoro, pubblica amministrazione: l’alfabetizzazione sull’IA non è più una scelta.

Con i decreti attuativi dell'AI Act, l'alfabetizzazione sull'intelligenza artificiale diventa un obbligo di sistema per scuola, lavoro e Pubblica Amministrazione. Ma una competenza imposta ha bisogno di un metro che la misuri.
Scuola, lavoro, pubblica amministrazione: l’alfabetizzazione sull’IA non è più una scelta.

Il 10 giugno il Consiglio dei Ministri ha approvato in esame preliminare due schemi di decreto legislativo che adeguano la normativa italiana all’AI Act europeo. La cronaca si è concentrata, comprensibilmente, sulle parti più visibili: il riconoscimento facciale a disposizione delle forze di polizia, le sanzioni fino al sette per cento del fatturato mondiale, il divieto di licenziare un lavoratore con una decisione affidata a un algoritmo. Sono i titoli che fanno notizia. C’è però una linea di fondo, meno appariscente, che attraversa entrambi i testi e che vale la pena isolare. Riguarda chi quei sistemi li userà ogni giorno: i docenti, i dipendenti pubblici, chi lavora in azienda. E riguarda una parola che nel comunicato del Governo torna con insistenza: formazione.

La formazione passa da accessorio a precondizione

Nel definire la propria strategia sull’intelligenza artificiale, l’esecutivo ha scelto una formula precisa. La formazione non è descritta come un addestramento tecnico all’uso di un software, ma come alfabetizzazione critica: consapevolezza dei rischi, capacità di interpretare ciò che un sistema produce, responsabilità nell’impiego degli strumenti. È un lessico che sposta il baricentro. Non conta saper premere i tasti giusti, conta capire cosa si sta facendo e risponderne.

Questa impostazione non nasce dal nulla. È la stessa che il JRC della Commissione Europea ha codificato nei framework sulle competenze digitali, e che la versione più recente di DigComp, pubblicata a fine novembre 2025, ha esteso integrando l’intelligenza artificiale lungo tutte le sue aree. Il Governo, in altre parole, sta traducendo in norma nazionale un principio che a livello europeo era già diventato standard: la competenza digitale del cittadino include, oggi, la capacità di stare davanti a un sistema di IA senza subirlo.

Duecento milioni per la formazione

Il punto in cui il principio diventa numero è la scuola. I decreti prevedono che l’intelligenza artificiale entri nei percorsi scolastici fin dal primo ciclo, all’interno dell’educazione civica. A sostenerne l’ingresso, il Ministero ha previsto un piano di formazione dei docenti da cento milioni di euro per rafforzare la capacità della scuola di prevenire i rischi e le dipendenze digitali, e altri cento milioni destinati alla promozione e all’uso dell’intelligenza artificiale nella didattica: duecento milioni complessivi vincolati alla preparazione degli insegnanti.

È una cifra che ridisegna le proporzioni. Significa che centinaia di migliaia di docenti dovranno acquisire, e prima o poi dimostrare, una competenza in materia di intelligenza artificiale. È la stessa platea che da anni si confronta con le graduatorie e con il valore delle certificazioni digitali ai fini del punteggio. Ciò che cambia non è il pubblico, ma la natura della richiesta: fino a ieri la competenza digitale del docente era un titolo che dava punti, un vantaggio competitivo per chi lo sceglieva. Ora diventa anche un obiettivo di sistema, finanziato e promosso dallo Stato.

Il vincolo della responsabilità umana

C’è un secondo filo che rafforza il primo. Entrambi i decreti ripetono, in forme diverse, lo stesso principio: l’intelligenza artificiale può sostenere una decisione, non sostituirla. Lo dice la cornice generale, quando ribadisce che la tecnologia non può prendere il posto della responsabilità umana. Lo dice in concreto la norma sul lavoro, che vieta di affidare a un sistema automatizzato decisioni come l’assunzione, la modifica del contratto o il licenziamento.

Tradotto: la persona resta responsabile dell’uso che fa dell’IA. Ma una responsabilità, per essere esigibile, presuppone una competenza. Non si può chiedere a un docente, a un funzionario, a un dirigente di rispondere dell’impiego di uno strumento se non gli si è dato modo di padroneggiarlo e, soprattutto, se non esiste un modo per attestare che quel modo glielo si è dato davvero. Il decreto crea così un nesso che prima era implicito e ora diventa esplicito: tra la responsabilità umana sull’intelligenza artificiale e la competenza certificabile di chi quella responsabilità la porta.

Le competenze devono diventare verificabili

Qui si arriva al nodo. Lo Stato fa la propria parte: pone l’obiettivo, lo finanzia, lo promuove. Alfabetizzazione, uso consapevole, competenza diffusa. Resta poi un secondo passaggio, che appartiene a un ambito diverso: verificare, con valore terzo e indipendente, che quella competenza ci sia davvero. È una funzione che per sua natura non spetta a chi fissa l’obiettivo né a chi eroga la formazione, perché un risultato formativo non può essere giudicato solo da chi lo produce. Serve un terzo.

La verifica indipendente di una competenza professionale ha, a livello internazionale, una sola grammatica: la norma ISO/IEC 17024, che disciplina gli organismi che certificano le persone. È la differenza tra dichiarare “ho seguito un corso sull’IA” e poter dimostrare che una competenza in materia è stata certificata secondo uno schema accreditato. La prima è un’autodichiarazione. La seconda è una prova. Man mano che la competenza digitale diventa un requisito diffuso, è la seconda a fare la differenza.

Ed è esattamente lo spazio in cui operano gli organismi di certificazione accreditati. IDCERT possiede sia l’accreditamento sotto la norma ISO/IEC 17024 sia schemi di certificazione accreditati da Accredia per le competenze digitali del cittadino e dell’educatore, allineati ai framework europei DigComp e DigCompEdu. Sono gli stessi schemi che il sistema scolastico già riconosce, e sono lo strumento attraverso cui una competenza dichiarata diventa una competenza dimostrabile. Mentre la cornice normativa cresce e diventa più stringente, è questa la funzione che le dà concretezza: dare a un obiettivo di sistema un metro affidabile con cui misurarsi.


Leggi il Comunicato Stampa del Consiglio dei Ministri

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