Codice condiviso, futuro comune: l’open source che trasforma la PA italiana
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Redazione IDCERT
Nelle stanze dell’amministrazione pubblica si sta consumando una trasformazione che merita maggiore attenzione: la più grande operazione di condivisione del sapere tecnologico mai tentata nel settore pubblico italiano.
Un framework normativo all’avanguardia
Le Linee Guida sull’acquisizione e riuso del software per le pubbliche amministrazioni, adottate da AgID nel maggio 2019, hanno dato sostanza a un principio rimasto troppo a lungo sulla carta. Il Codice dell’Amministrazione Digitale lo prevedeva già, ma mancavano gli strumenti concreti per renderlo operativo. Oggi, ogni riga di codice sviluppata con denaro pubblico deve essere rilasciata in formato open source, catalogata, resa accessibile.
Il catalogo di Developers Italia conta ormai oltre 400 software disponibili, utilizzati da centinaia di amministrazioni in tutto il Paese. Non si tratta solo di un numero: dietro quella cifra c’è un cambio di paradigma. Comuni che necessitano di un sistema di gestione delle emergenze possono oggi adottare la soluzione sviluppata dal Comune di Genova. Enti che richiedono strumenti per la gestione amministrativa e contabile possono riutilizzare SIGLA, il software del CNR già testato dall’Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare.
Dal vincolo al valore: la logica del riuso
È una logica che rovescia completamente l’approccio tradizionale all’acquisto di tecnologia nella PA. Un ecosistema collaborativo dove l’investimento di uno diventa patrimonio di tutti. L’aspetto più interessante non è tanto il risparmio economico, per quanto rilevante. È che questo modello apre il mercato a dinamiche nuove.
Piccole software house possono ora competere per l’evoluzione di soluzioni esistenti, avendo accesso al codice sorgente e potendo dimostrare le proprie competenze su progetti reali. La competizione si sposta dalla capacità di vincolare il cliente alla capacità di far evolvere il software, di mantenerlo, di innovarlo. È un cambio di prospettiva che premia la qualità tecnica e l’eccellenza nell’esecuzione.
Trasparenza e sicurezza nel codice aperto
Sul fronte della sicurezza, il modello open source introduce dinamiche controintuitive per chi è abituato a pensare che la protezione passi dal segreto. Quando il codice è pubblico, può essere sottoposto a un esame collettivo. Gli errori emergono, le vulnerabilità vengono identificate e corrette più rapidamente. È il principio che ha reso Linux uno dei sistemi operativi più sicuri al mondo, lo stesso che ora si applica ai sistemi che gestiscono servizi pubblici essenziali.
L’esperienza internazionale dimostra che i vantaggi superano i rischi, a patto che il codice sia attivamente mantenuto e che esista una comunità vivace intorno ad esso. È proprio qui che si gioca la partita vera: non basta pubblicare il codice, serve costruire ecosistemi di manutenzione e sviluppo collaborativo.
L’eccellenza italiana nel panorama europeo
L’approccio italiano in materia di software open source nella PA è tra i più avanzati d’Europa. Le Linee Guida impongono alle amministrazioni di svolgere una valutazione comparativa prima di acquisire qualsiasi software, privilegiando nell’ordine: soluzioni già a riuso, software open source di terze parti, e solo in ultima istanza lo sviluppo di nuovo codice proprietario. Quest’ultima opzione deve essere motivata per iscritto, garantendo trasparenza e responsabilità nelle scelte tecnologiche.
Il meccanismo è ingegnerizzato per essere il più semplice possibile. Ogni repository di codice deve contenere un file di metadati standard, il publiccode.yml, che descrive funzionalità, requisiti tecnici, ente titolare, maintainer. Un crawler automatico scandaglia periodicamente le piattaforme di code hosting dichiarate dalle amministrazioni, indicizza tutto il software pubblicato e i relativi aggiornamenti. Il risultato è un catalogo sempre aggiornato, consultabile da chiunque.
Innovazione distribuita per tecnologie emergenti
Nell’era dell’intelligenza artificiale e del quantum computing, dove la velocità di innovazione tecnologica supera qualsiasi capacità di pianificazione centralizzata, questo approccio distribuito e collaborativo assume un significato ancora più profondo. Le amministrazioni che adotteranno per prime soluzioni basate su tecnologie emergenti potranno condividere immediatamente il loro lavoro, accelerando la diffusione dell’innovazione nell’intero sistema pubblico.
Il modello di sviluppo aperto favorisce inoltre quella trasparenza che è prerequisito per la costruzione di sistemi affidabili. Quando algoritmi pubblici prendono decisioni che impattano la vita dei cittadini, la possibilità di ispezionare il codice diventa una questione di democrazia tecnologica. Non si tratta di un optional, ma di un requisito essenziale per la legittimità dei sistemi digitali pubblici.
La costruzione di un ecosistema collaborativo
Il percorso verso una piena adozione del modello richiede tempo e impegno. La cultura del riuso sta gradualmente radicandosi nelle amministrazioni, con risultati già tangibili nei numeri del catalogo. Oltre 50 amministrazioni hanno già messo a disposizione almeno un software, dimostrando che il meccanismo funziona e produce valore concreto.
L’investimento in competenze tecniche all’interno delle PA diventa cruciale in questo contesto. La capacità di valutare la qualità e la maturità delle soluzioni disponibili, di contribuire al loro sviluppo, di partecipare attivamente alle comunità di sviluppatori rappresenta un asset strategico per le amministrazioni più lungimiranti.
Verso un patrimonio digitale condiviso
La direzione è tracciata. In un Paese che può contare su eccellenze tecnologiche riconosciute a livello internazionale, questa rivoluzione dell’open source dimostra che l’innovazione nel settore pubblico non solo è possibile, ma può diventare modello per altri paesi. La chiave sta nella condivisione, nella standardizzazione, nella costruzione di patrimonio collettivo invece che nella frammentazione delle risorse.
Il software, dopotutto, è conoscenza cristallizzata in istruzioni. E la conoscenza, quando condivisa, non si dimezza. Si moltiplica. Ogni amministrazione che contribuisce al catalogo non perde qualcosa, ma guadagna accesso a un ecosistema più ricco. È l’economia della condivisione applicata all’infrastruttura digitale dello Stato, un esperimento di cooperazione istituzionale che guarda al futuro con pragmatismo e visione.
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