Percorso triennale sull’educazione digitale MIM-INDIRE: cosa prevede, chi coinvolge e perché riguarda tutta la scuola
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Redazione IDCERT
Il percorso triennale sull’educazione digitale MIM-INDIRE è un piano di formazione rivolto a tutto il personale scolastico italiano, dedicato all’uso consapevole di social, tecnologie digitali e intelligenza artificiale, con un’attenzione particolare alle scuole secondarie di secondo grado. È stato annunciato il 6 luglio 2026 dal Ministero dell’Istruzione e del Merito insieme all’INDIRE, e non è un corso spot: si articola su tre anni, con moduli già attivi e una seconda fase in partenza a settembre. Vale la pena capire come funziona, perché è la prima iniziativa strutturata di questo tipo nel sistema scolastico italiano e cosa cambia concretamente per chi lavora nelle scuole.
Di cosa parliamo: un piano triennale, non l’ennesimo webinar
Partiamo dal punto che rischia di passare inosservato dietro i titoli dei giornali. Qui non si tratta di un ciclo di incontri una tantum, ma di un impianto formativo pensato per durare tre anni. La differenza non è formale. Un webinar isolato lascia poco: ci si iscrive, si ascolta, si archivia. Un percorso pluriennale, invece, ha il tempo di entrare nella pratica quotidiana di una scuola, di essere ripreso, aggiornato, misurato.
Il piano nasce come costola di un progetto più ampio già avviato dal Ministero con INDIRE, quello intitolato “Rafforzare il ruolo della scuola per l’educazione al rispetto e alla parità di genere”. Secondo i dati diffusi dal MIM, a quel primo progetto ha aderito oltre la metà delle scuole italiane, con una partecipazione particolarmente alta proprio nelle aree del Paese segnate da maggiori criticità sociali. Su quella base — e su quell’adesione — si innesta ora il nuovo filone dedicato al digitale.
L’INDIRE, per chi non lo conoscesse, è l’Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa: l’ente pubblico che da decenni cura la formazione e la ricerca a supporto della scuola italiana. È lui a produrre i contenuti didattici e a mettere a disposizione le videolezioni sulla propria piattaforma. Chi ha già seguito corsi di aggiornamento negli ultimi anni conosce bene i canali formativi dell’INDIRE: sono gli stessi che veicoleranno anche questo percorso.
Perché “la prima volta” non è (solo) uno slogan
Il ministro Giuseppe Valditara ha rivendicato il carattere inedito dell’iniziativa, definendola la prima volta in cui il sistema scolastico promuove un grande percorso di educazione all’uso corretto della strumentazione digitale e dei social. La formula è quella tipica dei comunicati ministeriali, e un po’ di prudenza è d’obbligo: di formazione sul digitale a scuola se ne fa da anni, basti pensare a tutto il filone finanziato dal PNRR. Quello che cambia qui è l’inquadramento. Per la prima volta il benessere digitale e l’uso corretto dei social vengono trattati non come un tema tecnico riservato agli insegnanti di informatica, ma come una questione di salute e sviluppo dei ragazzi che riguarda tutta la comunità scolastica. È uno spostamento di baricentro, e conta.
Chi è coinvolto: docenti, sì, ma non solo
Uno degli aspetti più interessanti è la platea. Il percorso non si rivolge ai soli insegnanti. Coinvolge tutte le figure professionali della scuola: docenti, dirigenti scolastici e personale ATA. Anche gli assistenti amministrativi, i collaboratori, chi sta in segreteria.
La scelta ha una logica precisa. Le dinamiche digitali che toccano i ragazzi — un episodio di cyberbullismo che parte da una chat, un profilo social falso, la circolazione di un’immagine imbarazzante — non restano confinate all’aula. Attraversano corridoi, segreterie, riunioni con le famiglie. Se solo il docente di classe sa come reagire e il resto del personale no, la risposta della scuola resta zoppa. Formare l’intera struttura significa costruire una cultura digitale condivisa, non una competenza isolata in poche teste.
Il focus sulle scuole secondarie di secondo grado
C’è comunque un baricentro dichiarato: le scuole secondarie di secondo grado. La ragione è quasi ovvia se si guarda ai dati sull’uso degli smartphone tra gli adolescenti. È in quella fascia d’età — tra i 14 e i 19 anni — che l’esposizione ai social è più intensa, che si formano le identità online e che compaiono con più frequenza fenomeni come la dipendenza dal cellulare, l’isolamento e le sue ricadute. Concentrare lì l’attenzione non esclude gli altri gradi di scuola, ma riconosce dove il problema morde di più.

Come è strutturato il percorso: base comune e poi si differenzia
L’architettura ricalca un modello che il MIM e INDIRE hanno già collaudato con il piano sull’educazione al rispetto. Funziona così: prima una fase introduttiva comune a tutto il personale, che pone le basi condivise; poi fasi differenziate, calibrate sul profilo professionale e sull’esperienza già maturata dalla scuola di appartenenza.
Tradotto: un dirigente e un docente alle prime armi non seguiranno esattamente lo stesso identico percorso dall’inizio alla fine. E una scuola che ha già lavorato molto sul tema partirà da un punto diverso rispetto a una che si affaccia ora alla questione. È un approccio sensato, perché evita il difetto più comune della formazione obbligatoria — trattare tutti come se sapessero le stesse cose — ma è anche quello che rende più complessa la gestione, e ci torneremo.
L’obiettivo esplicito è trasferire strumenti e metodologie nella pratica educativa e organizzativa, non fermarsi alla teoria. Il Ministero insiste su questo punto: la formazione deve ricadere sulla didattica quotidiana e sulla gestione delle dinamiche relazionali negli ambienti online, sviluppando nel personale scolastico anche competenze socio-emotive oltre a quelle strettamente digitali.
I temi trasversali: dalla media literacy al pensiero critico
Al di là dei singoli moduli, il comunicato del MIM indica una serie di temi che attraversano l’intero percorso e ne definiscono l’orizzonte. Oltre al benessere digitale e alla cittadinanza digitale, il Ministero cita esplicitamente la media literacy, l’uso responsabile dei social media, la prevenzione del cyberbullismo e lo sviluppo del pensiero critico. È un elenco che vale la pena leggere con attenzione, perché ognuna di queste voci corrisponde a una competenza precisa e non a un’etichetta generica.
La media literacy, in particolare, è il pezzo che spesso manca al dibattito pubblico. Non basta insegnare ai ragazzi a “non credere a tutto quello che leggono”: la media literacy è la capacità di comprendere come funzionano i media, chi produce un contenuto e con quale interesse, come si verifica una fonte, perché un certo post arriva proprio a te e non a un altro. È una competenza che presuppone il pensiero critico e lo allena. Dichiarato obiettivo del percorso è, con parole del Ministero, fornire strumenti concreti per accompagnare studenti e studentesse a vivere gli ambienti digitali in modo sicuro, consapevole e rispettoso.
La prima fase: tre moduli già disponibili
La macchina è già in moto. Sono stati avviati tre moduli formativi, ciascuno con videolezioni da 20 ore, dedicati a:
Il primo modulo affronta il benessere digitale nell’era dei social: come stare bene, o almeno non stare male, in un ambiente progettato per catturare l’attenzione il più a lungo possibile. Il secondo lavora sulle connessioni consapevoli, cioè sulla qualità delle relazioni che passano dagli schermi. Il terzo è dedicato alla cittadinanza digitale, l’insieme di diritti, doveri e responsabilità di chi abita gli spazi online.
Sono temi che sembrano astratti finché non li si cala in un consiglio di classe alle prese con un caso reale. Il senso di questi moduli è dare al personale un vocabolario e degli strumenti per riconoscere e affrontare situazioni che, fino a ieri, si gestivano a intuito.
La seconda fase: da settembre 2026 si entra nel vivo
La partita più delicata si gioca da settembre 2026. La seconda fase sarà articolata su più livelli, terrà conto del profilo professionale e dell’esperienza della scuola, e affronterà i nodi più spinosi. L’elenco dei temi previsti è indicativo di quanto sia cambiato il campo di gioco negli ultimi anni:
- Cyberbullismo: le molestie e le aggressioni che si consumano online, con conseguenze spesso più durature di quelle offline perché lasciano traccia e non hanno orari.
- Cybersecurity: la sicurezza informatica di base, dalle password alle truffe, un tema che riguarda tanto gli studenti quanto la protezione dei dati della scuola stessa.
- Uso consapevole dell’intelligenza artificiale: come convivere con strumenti che scrivono, disegnano e rispondono, senza demonizzarli né delegargli il pensiero.
- Identità social: la costruzione della propria immagine online e i suoi rischi, dal confronto continuo con gli altri alla pressione della perfezione.
- Isolamento e ricadute fisiche, mentali e sociali: il rovescio della medaglia dell’iperconnessione.
- Dipendenza da cellulare e carico cognitivo: quanto lo smartphone erode la capacità di concentrazione e diventa difficile da mettere giù.
È un programma che tocca la salute mentale degli adolescenti almeno quanto le competenze tecniche. E non è un caso: il filo conduttore dichiarato dal Ministero è proprio la tutela della salute dei giovani e del loro sviluppo equilibrato.
Il contesto normativo: da dove nasce questa spinta
Il percorso non arriva dal nulla. Il MIM lo colloca esplicitamente nell’attuazione delle nuove Linee guida sull’Educazione civica e delle nuove Indicazioni nazionali: è, nelle parole del comunicato, un obiettivo perseguito “in coerenza” con quell’impianto. In altre parole, la formazione del personale è la conseguenza logica di una cornice che ha già inserito l’educazione digitale e l’uso consapevole degli strumenti tra i contenuti che la scuola è chiamata a trattare. Se il curricolo lo prevede, gli insegnanti devono essere messi in condizione di farlo. Questo percorso serve a colmare quel divario.
Vale la pena notare come il Ministero abbia scelto di approfondire il tema proprio a partire dai social. Il comunicato è netto su questo: tra gli strumenti digitali, sono i social media a ricevere l’attenzione più esplicita, perché è lì che si concentrano gran parte delle dinamiche relazionali — e dei rischi — che toccano gli adolescenti. Non è una formazione sull’informatica in senso stretto, ma sull’abitare gli spazi digitali.
Il legame con i framework europei sulle competenze digitali
Qui entra in gioco un pezzo che i comunicati ministeriali danno per scontato ma che merita di essere esplicitato, soprattutto per chi si occupa di formazione e certificazione. L’Italia non sta inventando dal nulla il proprio modo di misurare le competenze digitali. Si appoggia a due quadri di riferimento europei elaborati dal Joint Research Centre (JRC) della Commissione Europea.
Il primo è il DigComp 2.2, il quadro delle competenze digitali per i cittadini: definisce cosa deve saper fare una persona per muoversi in autonomia e con spirito critico nel mondo digitale. È il riferimento quando si parla delle competenze che gli studenti dovrebbero acquisire.
Il secondo, ancora più pertinente per la formazione del personale scolastico, è il DigCompEdu. È il quadro europeo che descrive le competenze digitali specifiche dei docenti e dei formatori, organizzate in sei aree e ventidue competenze, con sei livelli di padronanza costruiti come quelli delle lingue (dal novizio A1 al pioniere C2). La versione italiana integrale è stata curata dall’Istituto per le Tecnologie Didattiche del CNR ed è liberamente consultabile. Chi vuole capire dove si colloca può fare un’autovalutazione gratuita con SELFIE for Teachers, lo strumento di autoriflessione messo a disposizione dalla Commissione Europea.
Perché conta? Perché un percorso di formazione ha valore reale solo se è ancorato a uno standard riconosciuto. Senza una cornice come il DigCompEdu, la formazione rischia di accumularsi a caso, corso su corso, senza che nessuno — né il docente né la scuola — sappia davvero a che punto è. Il quadro europeo, invece, dà un ordine: individui il tuo livello di partenza, scegli i percorsi coerenti con l’area in cui vuoi crescere, e misuri i progressi nel tempo. Il Ministero promuove l’adozione del DigCompEdu già nella formazione finanziata dal PNRR, e non è azzardato leggere questo nuovo percorso triennale come un tassello dello stesso disegno.
Le due fasi in sintesi: cosa c’è già e cosa arriva
Riepiloghiamo, perché è la parte che interessa di più a chi lavora nella scuola. La prima fase è già partita: tre moduli con videolezioni da 20 ore ciascuno, su benessere digitale nell’era dei social, connessioni consapevoli e cittadinanza digitale. La seconda fase prenderà avvio a settembre e sarà articolata su più livelli, calibrati sul profilo professionale di chi partecipa e sull’esperienza già maturata dalla scuola di appartenenza. Affronterà i temi più complessi: cyberbullismo, cybersecurity, uso consapevole dell’intelligenza artificiale, identità social, isolamento con le sue ricadute fisiche, mentali e sociali, dipendenza da cellulare, carico cognitivo.
Per le modalità operative concrete — tempi, adesioni, dettagli di erogazione della seconda fase — il riferimento restano i canali ufficiali del Ministero dell’Istruzione e del Merito e dell’INDIRE, che cureranno la pubblicazione delle informazioni man mano che il percorso avanza.
Il consiglio pratico: non aspettare passivamente
L’errore più comune di fronte a iniziative come questa è aspettare che “arrivi la comunicazione ufficiale” e nel frattempo non fare nulla. È un errore. I tre moduli della prima fase sono già stati avviati, e chi lavora nella scuola può orientarsi su quei contenuti mentre la seconda fase prende forma. Non solo: chi vuole prepararsi seriamente farebbe bene a partire da un’autovalutazione delle proprie competenze rispetto al quadro DigCompEdu, per capire su quali aree conviene investire tempo. Presentarsi alla seconda fase avendo già una fotografia del proprio livello significa sfruttarla molto meglio.
Un giudizio onesto: cosa promette e dove può inciampare
Vale la pena chiudere con una valutazione senza sconti, perché l’entusiasmo dei comunicati non aiuta a capire.
Il merito principale del percorso è aver riconosciuto che il benessere digitale dei ragazzi è un problema di salute pubblica che passa dalla scuola, e aver scelto di affrontarlo formando l’intera comunità scolastica invece di scaricare tutto sul singolo insegnante volenteroso. L’aggancio implicito ai framework europei e l’impianto modulare, con una base comune e fasi differenziate, sono scelte solide, non slogan.
Detto questo, va messa sul tavolo la controargomentazione più seria. Un percorso costruito su videolezioni, per quanto ben progettato, vive o muore sulla motivazione di chi lo segue. La formazione a distanza ha un tasso di completamento reale notoriamente basso, soprattutto in un ambiente come quello scolastico dove il carico di lavoro è già alto e l’aggiornamento viene spesso vissuto come un adempimento in più. Il rischio concreto è che il percorso venga assolto sulla carta — ore accumulate, attestati emessi — senza che le competenze arrivino davvero in aula. La qualità di questa iniziativa non si misurerà dal numero di iscritti, ma da quanto un consiglio di classe saprà comportarsi diversamente, l’anno prossimo, davanti a un caso di cyberbullismo. Ed è una cosa che nessun comunicato può garantire in anticipo.
Per un ente che si occupa di competenze digitali e di certificazione, questo è il punto interessante: la formazione istituzionale apre la strada, ma la validazione delle competenze acquisite — quella misurabile, spendibile, allineata a uno standard — resta un tassello complementare che la scuola, da sola, fatica a chiudere.
Domande frequenti
Che cos’è il percorso triennale sull’educazione digitale MIM-INDIRE?
È un piano di formazione della durata di tre anni, promosso dal Ministero dell’Istruzione e del Merito insieme all’INDIRE, dedicato all’uso consapevole di social, tecnologie digitali e intelligenza artificiale. È rivolto a tutto il personale scolastico, con particolare attenzione alle scuole secondarie di secondo grado.
A chi è rivolto il percorso?
A tutte le figure professionali della scuola: docenti, dirigenti scolastici e personale ATA. Il focus principale è sugli istituti di istruzione secondaria di secondo grado, dove l’esposizione degli studenti ai social e i rischi correlati sono più marcati.
Quali temi affronta la formazione?
La prima fase comprende tre moduli da 20 ore su benessere digitale, connessioni consapevoli e cittadinanza digitale. Il percorso lavora inoltre su temi trasversali come la media literacy, l’uso responsabile dei social media, la prevenzione del cyberbullismo e lo sviluppo del pensiero critico. La seconda fase, in partenza a settembre, affronterà cyberbullismo, cybersecurity, uso consapevole dell’intelligenza artificiale, identità social, isolamento, dipendenza da cellulare e carico cognitivo.
Come funziona la partecipazione?
Il percorso si articola in una fase introduttiva comune a tutto il personale e in successive fasi differenziate per profilo professionale ed esperienza della scuola. La prima fase, con i tre moduli, è già stata avviata; la seconda partirà a settembre. Per le modalità operative di dettaglio il riferimento sono i canali ufficiali del MIM e dell’INDIRE.
Che rapporto c’è tra questo percorso e i quadri europei DigComp e DigCompEdu?
Il percorso si inserisce in un contesto in cui l’Italia adotta i quadri europei elaborati dal Joint Research Centre della Commissione Europea: il DigComp per le competenze digitali dei cittadini e il DigCompEdu per quelle dei docenti. Questi framework forniscono lo standard di riferimento per misurare e sviluppare le competenze digitali, e sono già alla base della formazione promossa dal Ministero.
La fonte ufficiale dell’iniziativa qual è?
L’annuncio è stato pubblicato il 6 luglio 2026 sul sito del Ministero dell’Istruzione e del Merito, che resta il riferimento ufficiale per aggiornamenti, modalità di adesione e comunicazioni sulla seconda fase.
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